la-parola-ultima

La Parola Ultima

thumb_icona_PDF thumb_icona-video

Liberamente tratto dal testo “The Rest is silence” di Miklós Hubay
con il sostegno del Sistema Teatro Torino e di Benevento Città Spettacolo, con il contributo della Regione Piemonte
in collaborazione con la Fondazione Teatro Stabile di Torino
Una coproduzione Teatro delle Forme e Solot Compgnia Stabile di Benevento
drammaturgia e regia Antonio Damasco
con Laura Conti, Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia
aiuto regia Valentina Padovan
scenografie e costumi Daniela Donatiello
video Antonio Messina

* La visione è consigliata ad un pubblico adulto

Una scioccante tragedia: un'etnia che si estingue, l'uccisione di una lingua ed il suo ultimo parlante Un'opera teatrale tremendamente moderna per descrivere una realtà passata e presente a molti sconosciuta.

Se compito del teatro è quello di parlare ai contemporanei, “La parola ultima” vuole assumersene l’intera responsabilità, proprio nel momento in cui il rito si compie.

L’opera del drammaturgo ungherese di origini romene Miklòs Hubay, che ha ispirato questo lavoro, ha come tema le centinaia di lingue che muoiono ogni anno nel mondo.Per noi la lingua minoritaria assurge a simbolo di quella strisciante, quotidiana resistenza che le “culture altre” conducono, pur sapendo di non poter vincere ma solo, nella migliore delle ipotesi, sopravvivere. Eppure esprimono quelle diversità su cui, di recente, la stessa Unesco ha posto l’accento insieme all’altra loro caratteristica, quella di avere, spesso, la sola possibilità della trasmissione orale per saperi non omologati e non omologabili.

"La parola ultima" - che ha debuttato a Benevento nell'ambito della rassegna "Benevento Città spettacolo 2010" - è un lavoro liberamente ispirato all’opera del drammaturgo ungherese “The rest is silence” (Amleto) ; originariamente scritta in italiano, questo lavoro di Hubay, -una tragedia sulle lingue che muoiono, del mondo che si riduce al silenzio- viene rappresentata per la prima volta - ad eccezione di un allestimento in lingua friulana -  in Italia.

Una donna, Aleluja, è condannata a morte in quanto ultima rappresentante del proprio popolo. Nel momento in cui verrà uccisa,  quella lingua, quella memoria, quella cultura non saranno mai esistite. Nel sotto palco di un Teatro Lirico, mentre in scena si rappresenta il Trovatore di Verdi, si consumerà la tragedia dei “vinti”, quella che nessuno potrà mai più raccontare ma che in realtà tutti i giorni si rappresentata con arrogante normalità nelle nostre singole vite.

L’adesione ormai totale e senza indignazione alla cultura dei consumi, omologa le nostre esistenze e le nostre coscienze, cambiando più velocemente di quel che percepiamo le nostre relazioni collettive.

La performance introduce, accanto al tema principale, quello non meno drammatico del rapporto con i mass media, con la cultura del potere e con i meccanismi perversi della comunicazione che tende a farci vivere nell’incoscienza delle prigioni in cui, ognuno nel suo ruolo, non si accorge più di vivere.

Nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, abbiamo voluto raccontare la tragedia delle lingue che scompaiono come emblema di una tendenza progressiva all’appiattimento e alla omologazione di ogni diversità culturale, ricordando, per contro, come l’Italia, sia pure con enormi difficoltà, abbia saputo mantenere la ricchezza delle sue varietà linguistiche.

Uno straordinario patrimonio immateriale che non solo non si è perso ma ha saputo adattarsi e convivere con le necessità dettate dell’unitarietà del paese e ancora oggi rappresenta l’espressione più diretta delle diversità culturali del nostro paese.

L’unione di tutte le lingue, i dialetti, gli idiomi, i gerghi è l’unione d’Italia, in antagonismo allo sradicamento che le dinamiche della globalizzazione in atto rischiano di innescare conducendo a uno spaesamento definitivo.

 

Clicca QUI per vedere le foto del debutto
Clicca QUI per vedere la recensione - video di NTR 24
Clicca QUI per leggere la recensione del Quaderno.it