La Suora Giovane

 

 

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La Suora Giovane

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Liberamente tratto dal romanzo di Giovanni Arpino
Una coproduzione Fondazione Politeama Teatro del Piemonte e Teatro delle Forme – Residenza Multidisciplinare delle 2 Province
Direzione Artistica Giuseppe Manassero
Con il contributo di Regione Piemonte
 
Drammaturgia e Regia: Antonio Damasco
Con: Oscar Malusa, Michela Negro, Michele Canavesio,  Margherita Giraudi, Silvia Edera, Fabrizio Salami, Francesca Bodanza, Gerardo Cardinale
Aiuto Regia: Valentina Padovan
Montaggio Video: Raffaele Posa
Disegno Luci: Gianfranco Ferrari
Tecnici luci e audio: Bruno Ferriera da Veiga, Pietro Striano
Segreteria di Produzione: Irma Bechis, Silvia Edera
 
Il diario scomodo ed intimo di un ragioniere di quarant’anni, celibe e pienamente inserito in una società che allora come adesso sembra avere delle strade pre-definite, in cui ognuno di noi crede di conoscere, se non l’esito, almeno il percorso della sua vita. In questo mondo interiore, pieno di carne e poesia, spesso solo i sogni ci conducono altrove, nell’inesplorata terra dei “se”! E “se” avessi scelto un altro lavoro, donna o città?
 
Raramente capita di riconoscere il momento in cui si sta scegliendo una di queste strade, un bivio che non rivedremo mai più. Per Antonio Mathis accade sulla banchina del tram, in una Torino d'altri tempi, quando incontra Serena. Fin qui nulla di anomalo, quante volte ci s’innamora di uno sguardo e lo si attende quotidianamente aspettando solo il momento di quell’appuntamento… se non fosse che Serena è una suora.
 
 
…sta diritta, immobile, minuta, non aspetta il tram, aspetta me… aspetta che attraversi il corso, salga anch’io sulla piattaforma di cemento, mi installi a tre passi di distanza. Aspettiamo il tram insieme, lei immobile fissa il marciapiede opposto, io sprofondo le mani nelle tasche del paltò, sotto le dita sento le palme sudate (lo sono già, mentre scrivo), non riesco ad afferrare una parola, a scavare un’idea, un filo di coraggio. Dovrei fare qualcosa, avvicinarmi, parlare.
 
 
 
Note di Regia
“Nella trasformazione di questo lavoro di Arpino in un atto drammaturgico, non ci nasconderemo dietro le parole e la struttura del romanzo, ma rischieremo, rileggendolo tramite elementi contemporanei. L’atto teatrale può essere frequentato solo se riesce a parlare ai viventi, non perdendo la sua poetica originale”