La diaspora verso l’America del Sud

Le rotte

Il più grande fenomeno migratorio della modernità ha come protagonisti gli italiani. I flussi migratori degli italiani all’estero si sono mossi in diverse direzioni a seconda del periodo.

Dopo una grande spinta verso le Americhe in un primo momento, a partire dagli anni ‘70 del Novecento ci fu una maggior concentrazione in Europa. La migrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo può essere suddivisa in tre momenti principali: a partire dal 1850, per mezzo di brigantini a vela che partivano principalmente da Genova, si stabilirono le prime rotte transoceaniche dirette in Brasile e in Argentina; nel 1880 gli spostamenti si intensificarono e la migrazione di massa iniziò a riguardare anche gli Stati Uniti; fino a un’ultima ondata, da inizio secolo alla prima guerra mondiale, durante la quale l’emigrazione italiana riguardò quasi esclusivamente le colonie. Tra il 1850 e il 1915, furono circa in nove milioni ad emigrare nelle americhe.

La situazione oggi: la migrazione di ritorno

Ad oggi, secondo i dati dell’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, in Argentina ci sono circa 580.000 italiani, mentre in Brasile 307.000. Un fenomeno rilevante riguarda la migrazione di ritorno. A partire dal 1990, anno in cui l’Italia ospitò i mondiali di calcio, si diffuse in Sud America il mito dell’Italia. L’Italia veniva infatti considerata come una delle potenze internazionali. L’emigrazione sudamericana aumentò, in particolare, con la crisi economica argentina del 2001. Furono in molti gli oriundi italiani che si adoperarono per rintracciare i parenti ormai lontani rimasti in Italia, tornando al paese delle proprie origini.

Le comunità e i quartieri italiani: La Boca

L’emigrazione italiana di massa portò presto a processi di ghettizzazione: nascevano quartieri popolati quasi interamente da italiani, spesso edificati dai migranti stessi con materiali di recupero. Il primo quartiere italiano a Buenos Aires, La Boca, è oggi una tappa obbligata per chi visita la città argentina. Conosciuto per i suoi colori variopinti, offre degli scorci perfetti per essere fotografati. Questo stesso tratto distintivo, però, è un segno dell’esigenza che avevano gli emigrati di adeguarsi alle circostanze. Popolato soprattutto da liguri e genovesi, La Boca era stato infatti costruito a partire da lamiere che venivano utilizzate per bilanciare il peso delle imbarcazioni, dipinte con i fondi di vernici rimasti nel porto. In questi quartieri le famiglie condividevano gli spazi, da cui il termine conventillos.

 

I conventillos

Le condizioni di vita nei conventillos sono descritte da Ada Lattuca come ‘subumane’: “Una di queste costruzioni, tanto per dare un’idea, aveva 14 stanze, un solo bagno e ci vivevano 150 persone. Qui pullulavano le malattie contagiose, la tubercolosi che decimava i proletari e gli emigranti, il colera che decimò la popolazione di Rosario nel 1807. Tutta questa problematica l’emigrante italiano l’ha vissuta in modo marcato…”. (testimonianza orale raccolta nel 1985 da Donato Bosca per il libro La Merica che non c’era).

Culture popolari e interetniche

I conventillos, al tempo stesso, furono un luogo di scambio e di fermento per la cultura popolare. La nascita del tango, per esempio, è attribuita proprio ai sobborghi argentini dove migranti di origini diverse si trovarono a convivere. La descrizione pittoresca di Ceferino de la Calle, autore del romanzo Palomas y Gavilanes, dipinge una vivida immagine di questa realtà: “La casa de inquilinato presentaba un cuadro animado, lo mismo en los patios que en los corredores. Confundidas las edades, las nacionalidades y los sexos, constituía una especie de gusanera, donde todos se revolvían, saliendo unos, entrando otros, cruzando los más, con esa actividad diversa del conventillo”. (p. 22) Nell’andirivieni di persone indaffarate in questi “nidi di tarlo” che mescolavano le nazionalità, i sessi e le età, si consumava una parte della storia degli italiani e del loro esodo.

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